Collaborare, voce del verbo innovare

Collaborare, voce del verbo innovare

Collaborare innovare

 

Ti ho già raccontato di come l’ideazione si traduce in innovazione attraverso il fare, di come quando parliamo di innovazione l’accento va messo sulle idee e sul processo di ideazione. Però – c’è un però – tutto gira intorno al contesto e alle persone. L’innovazione è spingere le persone a fare davvero ciò di cui hanno bisogno.

Ecco perché quando parliamo di innovazione parliamo di creatività, allenamento e collaborazione: sono tre azioni che mettono al centro le persone, l’hai notato? Tre azioni che mantengono il processo di innovazione quotidiana sempre aperto, come un ciclo orientato a tenere in circolo le energie, in uno scambio continuo tra ispirazione, ideazione e implementazione, scambio che deve essere collaborativo.

– La collaborazione aumenta le possibilità di associazioni di idee che si traducono in una combinazione innovativa: più persone sono coinvolte, più prospettive si combinano in una nuova forma.

– La collaborazione accelera il processo innovativo: se una soluzione innovativa è spesso una combinazione di idee, la collaborazione con gli altri può accelerare la creazione di “catene di idee”. Inoltre circondarsi di persone di mente aperta aiuta a selezionare velocemente l’idea giusta per costruire qualcosa di nuovo e, si sa, la velocità è un grande vantaggio competitivo!

Più collaborazione uguale più connessioni e quindi più idee: il successo dell’innovazione sta nell’allargare la rete delle connessioni per arrivare fino in fondo alla propria idea, nei diversi step di realizzazione (l’idea non basta, potrebbe volerci il capitale, un partner, più persone…).

– La collaborazione è gioco di squadra, è energia utile a superare le ostilità da parte dei colleghi o un’eventuale resistenza da parte delle gerarchie nel caso in cui l’idea arrivi dal management e sia percepita come una minaccia.

La collaborazione è supporto. Ci sono tantissime buone idee, ma pochissime vedono la luce e solo alcune vengono attuate: gli obblighi famigliari spesso frenano le persone nell’assumersi un rischio. Favorire una combinazione di lavoro individuale e di gruppo, incorporare la diversità dei singoli nel gruppo, contribuisce alla lunga a portare avanti una visione comune spalmandone i rischi sul gruppo e non sui singoli.

Aggiungi a ciò che essere chiamati a formare i nostri punti di vista e le nostre opinioni è un vero e proprio momento di apprendimento personale e sociale.

L’antropologo Conrad P. Kottak ricorda a questo proposito che “la cultura è la creazione e la promozione di abitudini che governano il modo in cui le persone pensano, percepiscono e si comportano”. Per passare all’azione insomma è fondamentale creare abitudini collaborative: la partecipazione attiva e il contagio di idee sono due modalità di lavoro utilissime.

Condividere, diffondere, essere d’esempio, incoraggiare, sentirsi responsabili nei confronti degli altri, spingersi costantemente a essere in ascolto e a imparare dagli altri, essere orientati al successo sono attività che compongono la fase di esecuzione. Quella che sappiamo essere anche la meno divertente, perché costa fatica, sì. Però l’impegno a cui siamo chiamati è meno gravoso se lo si legge nell’ottica di una sorta di ricompensa: fare dell’attitudine alla collaborazione uno stile di vita ci migliorerà, non solo in ambito lavorativo.

Come essere allora un esempio costante di positività?

Prima di tutto facendo sì che i vantaggi dell’essere aperti, informati e aggiornati fuori e dentro il lavoro siano chiari. Ciò significa personalizzare il più possibile l’apprendimento e farlo diventare routine, evidenziando per ciascuno la responsabilità che si ha nei confronti del proprio gruppo di lavoro.

Tu, per esempio, quanto tempo e quante energie dedichi agli altri?

Lo so, non è facile rispondere in totale sincerità, come so che non è facile passare dalle idee ai fatti. Ma so, che parlare di collaborazione, co-creazione, ideazione e implementazione è parlare di “invenzioni che hanno un impatto” sulle persone (cit. di Stephen Hoover, CEO di Parc, una società di Xerox); è scardinare un modello di business obsoleto esattamente come fanno le start up che quando i problemi sono troppo grandi e complessi si concentrano sull’attitudine a cambiare prospettiva velocemente; è cambiare mentalità e mettere le basi per creare una vera cultura dell’innovazione.

Per me, la formula segreta dell’innovazione ha in sé due intenzioni/azioni bellissime: il saper abbracciare i rischi e l’arte di saper investire nelle persone.

È da qui che parto quando mi chiamano a innovare! Tu invece, da dove cominci?

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2 Comments

  • Cesare Giuliani says:

    10 agosto 2016 at 13:18

    Salve, parto dall’innovare me stesso identificando i miei bisogni realizzativi; attraverso la relazione, cerco di proporre per es. il mio bisogno di cambiare attività cercando di contattare chi potenzialmente puó avere bisogno di me, ovvero non una ricerca stereotipata di lavoro, ma una spiegazione delle mie motivazioni e cosa posso dare “tecnicamente” come competenze, capacità, esperienza e curiosità. Ció a mio avviso potrebbe “suscitare” il bisogno della mia collaborazione con eventuali partners. No?

    • SilviaToffolon says:

      10 agosto 2016 at 15:30

      Salve Cesare,

      le mie riflessioni nascevano con in mente persone già di una stessa organizzazione ma ciò che descrivi direi che fila in ogni caso.
      Grazie del contributo!

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